
Quando si parla di Psicoterapia con bambini e adolescenti, uno degli aspetti più importanti – ma spesso poco considerati – è il setting, cioè tutto ciò che riguarda l’ambiente in cui avviene la terapia. Ma attenzione: non parliamo solo della stanza o dei giochi presenti. Parliamo di un insieme di elementi (spazio, tempo, clima, regole, relazione) che diventano parte attiva del lavoro con i più piccoli.
In altre parole, il setting non è solo “dove” si fa terapia, ma anche “come” e “con chi”. E per i bambini, questo fa tutta la differenza del mondo.
Immagina una stanza con luci soffuse, cuscini colorati, giochi sparsi ma non a caso, materiali per disegnare, magari un tappeto dove sedersi per terra. Ma immagina anche un adulto accogliente, che ti saluta sempre con lo stesso tono rassicurante, che ti ascolta, che ti rispetta. Quel luogo, quella persona, quel tempo riservato a te: ecco, quello è il setting.
Nei percorsi con i bambini (e anche con i ragazzi), il setting è qualcosa che accompagna, contiene, protegge. È un po’ come una cornice: non è il dipinto, ma lo valorizza. Senza la cornice giusta, il quadro rischia di passare inosservato.
Per un bambino, entrare nello studio di un terapeuta non è scontato. È un luogo nuovo, e spesso arriva lì portando un carico emotivo importante. Il setting serve a rassicurare, a fargli capire che lì può essere se stesso, con tutte le sue emozioni: rabbia, paura, tristezza, entusiasmo. Senza essere giudicato.
I bambini non sempre parlano come gli adulti. Anzi, spesso raccontano quello che provano giocando, disegnando, inventando storie. Per questo, lo spazio deve essere pronto a “parlare la loro lingua”: giochi simbolici, materiali creativi, angoli dove possono esplorare liberamente. È così che iniziano a raccontare la loro storia.
Ogni età, ogni bambino, ogni situazione ha bisogno di un setting diverso. Un bimbo di 4 anni non ha gli stessi bisogni di un ragazzo di 13. Il setting deve quindi adattarsi, essere flessibile. Alcuni bambini hanno bisogno di movimento, altri di silenzio, altri ancora di vicinanza fisica. Non c’è un modello unico: c’è una sensibilità nel creare “il posto giusto” per ciascuno.
Il posto in cui si fa terapia non deve essere un’aula scolastica o uno studio medico. Deve essere accogliente, colorato al punto giusto, ordinato ma non rigido. Ci devono essere giochi, fogli, pastelli, libri, oggetti morbidi. Tutto deve invitare il bambino a sentirsi a casa. Non servono troppi fronzoli, basta che lo spazio sia caldo, vivo, autentico.
La costanza è fondamentale. I bambini hanno bisogno di sapere quando ci sarà la prossima seduta, quanto dura, chi li aspetta. Avere una routine chiara crea fiducia. Anche la durata deve essere pensata in base all’età: mezz’ora può bastare per un bimbo piccolo, mentre un’ora può andar bene per un adolescente.
Qui entra in gioco la creatività del terapeuta: marionette, giochi da tavolo, costruzioni, carte emotive, sabbia, pupazzi… ma anche racconti, musica, immagini. Ogni oggetto può diventare un mezzo per far emergere emozioni, pensieri, ricordi. Il terapeuta osserva, gioca, accompagna, “traduce” il linguaggio simbolico del bambino in qualcosa che può essere compreso e trasformato.
Assolutamente no. Il setting è anche relazione. È la qualità dello sguardo del terapeuta, il suo modo di accogliere le emozioni del bambino, la sua presenza stabile. È il tipo di risposta che dà quando il bambino “mette alla prova”, quando racconta qualcosa di difficile, quando si arrabbia o si chiude.
Anzi, spesso è proprio la relazione terapeutica a essere lo strumento più potente di cambiamento. Il bambino prova a ricreare dinamiche che ha vissuto altrove (magari dolorose o disfunzionali), ma il terapeuta risponde in modo nuovo, più sicuro, più empatico. Così, piano piano, il bambino scopre che le cose possono andare diversamente.
Sì, e in modo importante. Nei percorsi con i minori, il coinvolgimento dei genitori è parte integrante della terapia. Non sempre sono presenti durante la seduta, ma il terapeuta lavora con loro per capire meglio il bambino, per condividere osservazioni, per sostenerli nel loro ruolo educativo. A volte si fanno incontri separati, altre volte insieme al bambino.
Creare un’alleanza terapeutica anche con la famiglia aiuta a dare continuità al lavoro fatto in seduta e a far sentire il bambino supportato anche fuori.
Il setting terapeutico in età evolutiva è molto più di quattro mura e qualche gioco. È un luogo in cui il bambino si sente visto, ascoltato, accolto. È uno spazio in cui può esprimersi anche senza parole, in cui può esplorare sé stesso, raccontarsi, cambiare.
Un buon setting sa adattarsi, sa accogliere il caos emotivo senza giudicare, sa creare un piccolo mondo protetto dove il bambino può iniziare a fidarsi di nuovo, di sé e degli altri.
Come diceva Winnicott, “è nello spazio intermedio tra sé e l’altro che il bambino gioca, cresce e si trasforma”. Quel “tra” è proprio il setting. Ed è lì che accade la magia.