Comprendere gli attacchi di panico attraverso il “circolo vizioso” di Clark

Quando il corpo e la mente entrano in allarme

Un attacco di panico non è “solo ansia forte”, ma un’esperienza travolgente che può dare la sensazione di perdere completamente il controllo. Chi lo vive racconta spesso di sentirsi sul punto di avere un infarto, di svenire o addirittura di morire. Questa intensità è dovuta al modo in cui il cervello interpreta e amplifica alcuni segnali corporei.

Secondo il modello cognitivo di Clark, il panico nasce da un’interpretazione catastrofica di sensazioni fisiche che, in realtà, sono innocue. Il battito accelerato, un respiro corto, un improvviso capogiro: tutte manifestazioni comuni che, però, in certe condizioni vengono lette come campanelli d’allarme di un pericolo imminente. Da qui inizia un meccanismo circolare che si autoalimenta e che trasforma un piccolo segnale corporeo in un episodio di panico vero e proprio.

Come funziona il circolo vizioso del panico

Clark ha descritto il panico come un processo a spirale, in cui ogni fase rinforza la successiva. Ecco come:

  1. Un innesco iniziale
    Può trattarsi di un sintomo fisico banale (tachicardia dopo una corsa, vertigini per un calo di pressione, un respiro affannato per il caldo) oppure di una situazione ambientale che genera tensione (luoghi affollati, spazi chiusi, momenti di stress).
  2. Interpretazione minacciosa
    La persona attribuisce a quel segnale un significato pericoloso: “Il cuore batte forte, sto per avere un infarto”, “Non riesco a respirare, sto soffocando”, “Sto per perdere la ragione”.
  3. Aumento dell’ansia
    Il pensiero catastrofico attiva la risposta di allarme del corpo: il respiro si fa più rapido, il battito accelera, arrivano sudorazione, tremori, nausea.
  4. Conferma della paura
    Queste reazioni fisiologiche vengono percepite come prove della minaccia. Si rafforza così la convinzione che “qualcosa di terribile” stia davvero accadendo.
  5. Il circolo si chiude
    Più l’ansia cresce, più aumentano i sintomi; più i sintomi si intensificano, più la mente si convince che sia in corso un’emergenza. Nel giro di pochi minuti si scatena un vero attacco di panico.

È proprio questa struttura circolare — sintomo, interpretazione, ansia, nuovi sintomi — a rendere il disturbo così difficile da spezzare se non si interviene sul meccanismo cognitivo che lo alimenta.

Perché il panico si mantiene nel tempo

Dopo il primo episodio, molte persone iniziano a vivere con la paura che possa ricapitare. Questo stato di iper-vigilanzaporta a monitorare costantemente ogni minima sensazione corporea: un respiro più veloce, un battito più forte, un formicolio. In questo modo, il corpo diventa un “radar” puntato su sé stesso, pronto a segnalare anche variazioni innocue come potenziali minacce.

Un altro fattore di mantenimento sono i comportamenti di evitamento. Chi soffre di panico spesso evita luoghi o situazioni legati agli episodi precedenti (mezzi pubblici, centri commerciali, spazi chiusi). Nel breve periodo questo sembra ridurre l’ansia, ma nel lungo termine rafforza l’idea che quei contesti siano davvero pericolosi, consolidando il disturbo.

Infine, il rimuginio anticipatorio gioca un ruolo centrale. La costante preoccupazione che “potrebbe succedere di nuovo” mantiene il sistema nervoso in uno stato di allerta continua, che aumenta la probabilità di un nuovo attacco.

Perché il modello di Clark è importante

Il valore di questo modello sta nella sua capacità di spiegare in modo chiaro un’esperienza che altrimenti sembra inspiegabile. Molti pazienti raccontano di vivere gli attacchi come “fulmini a ciel sereno”: arrivano all’improvviso, senza un motivo apparente. Clark mostra che in realtà il processo ha una logica interna: non nasce da un vero pericolo esterno, ma dal modo in cui il cervello interpreta segnali interni innocui.

Questo rende il modello una guida preziosa non solo per chi soffre di panico, ma anche per i professionisti che lo trattano: offre una mappa precisa del circolo vizioso e indica dove intervenire per interromperlo.

Come spezzare il circolo del panico

Il punto di forza del modello di Clark è che non si limita a spiegare il problema, ma offre anche le basi per il trattamento, in particolare attraverso la terapia cognitivo-comportamentale.

  • Psicoeducazione: capire che i sintomi del panico non sono segnali di morte imminente, ma reazioni corporee innocue e temporanee, riduce subito parte della paura.
  • Ristrutturazione dei pensieri: sostituire interpretazioni catastrofiche con letture più realistiche (“il cuore accelera perché sono agitato, non perché sto per morire”) aiuta a bloccare l’escalation.
  • Esposizione interocettiva: il terapeuta può guidare il paziente a “riprodurre” in modo controllato alcune sensazioni (come far salire il battito con esercizi di respirazione) per dimostrare che non conducono a nessuna catastrofe.
  • Riduzione dell’evitamento: affrontare gradualmente i contesti temuti, invece di evitarli, consente di dimostrare a sé stessi che non sono realmente pericolosi.
  • Tecniche di mindfulness e rilassamento: imparare a osservare i segnali corporei senza giudicarli né interpretarli riduce l’ansia e la reattività del sistema nervoso.

Dal panico alla consapevolezza

Gli attacchi di panico sono esperienze forti, destabilizzanti, che spesso lasciano chi li vive con la paura costante che possano ripetersi. Il modello del circolo vizioso di Clark aiuta a capire che non si tratta di una “follia improvvisa”, ma di un processo ben preciso, che può essere interrotto.

Acquisire consapevolezza di questo meccanismo è già un primo passo di guarigione: significa riconoscere che non si è in balia del panico, ma che si può intervenire sui pensieri e sulle interpretazioni che lo alimentano. Con il giusto supporto psicologico, è possibile spezzare la spirale e tornare a vivere con maggiore serenità, libertà e fiducia nel proprio corpo.

Riferimenti bibliografici

  • Clark, D. M. (1986/2011). Il modello cognitivo del panico. In A. Wells (a cura di), Terapia cognitivo comportamentale dei disturbi d’ansia. Milano: Raffaello Cortina Editore.

  • Sassaroli, S., & Ruggiero, G. M. (2005). Il disturbo di panico: teorie e terapia cognitivo-comportamentale. Milano: Raffaello Cortina Editore.

  • Wells, A. (1997/2000). Disturbi d’ansia: strategie cognitive per la terapia. Milano: Raffaello Cortina Editore.

  • Clark, D. M., & Beck, A. T. (2012). Disturbi d’ansia e attacchi di panico. Guida pratica per il paziente. Milano: Edizioni Erickson.

  • Mancini, F. (a cura di) (2008). Manuale di terapia cognitivo-comportamentale. Vol. 1: Disturbi d’ansia e dell’umore. Milano: Raffaello Cortina Editore.

POST INFO
POST RECENTI
© 2026 Dottoressa Sara Di Febo
P. IVA_02255900686